Visualizzazione post con etichetta sacra corona unita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sacra corona unita. Mostra tutti i post

venerdì 8 luglio 2011

Masseria Ghermi: la memoria e la vergogna

In una terra dalla memoria corta, la storia di Masseria Ghermi merita di essere ricordata, anche solo per vergognarcene un po'. Perchè su quei tre spiazzali di cemento è successo di tutto. Ci ha fatto i suoi affari la peggiore sacra corona unita, quella che tentò la strada delle stragi per destabilizzare i processi. Ci ha sudato sangue lo stato, con le forze dell'ordine e la magistratura che hanno imbastito indagini e concluso processi per tagliare le unghie alla criminalità organizzata. Ci è naufragata la politica, che non è riuscita a gestire la pancia xenofoba di certo elettorato, con uno schema rovesciato rispetto alle impostazioni classiche: centrosinistra "intollerante" versus centrodestra "accogliente". Alla fine della fiera chi ci ha perso è Lecce che - caso più unico che raro - ha restituito intatto a Roma un finanziamento da un milione di euro. Ora ci riprova, con un finanziamento che vale il doppio: speriamo che esercitare la memoria (e magari la vergogna) aiuti a non perdere anche questo.

Bisogna inoltrarsi nelle campagne vicino Giorgilorio, tra Surbo e la provinciale Lecce-Torre Chianca per trovare la masseria Ghermi, che di tale ha solo il nome: si tratta in realtà di ruderi risalenti agli anni '80 che si affacciano su tre enormi spiazzali di cemento. Qui faceva i suoi affari, collegati all’edilizia e al movimento terra, Angelo Vincenti, il boss della Scu di Surbo che viene ritenuto il mandante della bomba al rapido Lecce-Zurigo. Era il 5 gennaio 1992 quando scoppia un potente ordigno sul cavalcaferrovia di Surbo, dal quale poco prima era passato il treno, a bordo del quale viaggiavano 800 viaggiatori: un'imprecisione di pochi minuti che evitò un massacro. L'idea, a quanto se ne sa, era quella di condizionare i maxiprocessi che proprio in quei mesi si aprivano e che avrebbero portato alla decapitazione della Scu leccese.

L'anno seguente, nel gennaio del '93, Vincenti viene arrestato con l'accusa di tentata strage e associazione mafiosa e i suoi beni, dopo una lunga trafila giudiziaria, vengono confiscati; tra di essi c'è la masseria Ghermi, che l’Agenzia del Demanio consegna il 22 dicembre 1998 al Comune di Lecce. Passeranno otto anni prima che venga elaborato un progetto: area di sosta per immigrati di nazionalità Rom e Sinti, per sostituire il già allora fatiscente campo di Panareo.

Il finanziamento, un milione di euro, arriva dalla misura 2.5 del Pon sicurezza del Ministero dell’Interno, riservato al riutilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. Ma contro il progetto approvato nell’estate del 2006 dalla giunta di Lecce, allora guidata da Adriana Poli Bortone, si schiera subito l'amministrazione comunale di Surbo governata dal centrosinistra di Antonio Cirio. Il 21 settembre 2006 il consiglio comunale surbino «manifesta il proprio palese dissenso nei confronti del progetto riguardante l'insediamento del predetto campo nomadi». Inoltre, assistita dall'avvocato Valeria Pellegrino, l'amministrazione impugna la delibera della giunta Poli con un ricorso al Tar di Lecce.

I giudici amministrativi risponderanno il 20 dicembre, con parole nettissime: il ricorso è bocciato - si legge nella sentenza - perché
«un’amministrazione comunale non può farsi portatore di istanze di tipo egoistico e, quindi, particolaristiche, dovendo invece agire a tutela di interessi pubblici generali».
A questo punto a Surbo scattano le manifestazioni: il «campo nomadi» comunque non s’ha da fare. «La situazione era pesantissima - racconta Francesca Mariano, ex assessore all'immigrazione – avevamo paura di vederci comparire davanti soggetti armati di pistola. Il prefetto di allora fece davvero l'ufficiale di governo, prese in mano la situazione e evitò una guerra civile». In quell'occasione fu Gianfranco Casilli a convocare un vertice in prefettura il 29 gennaio 2007 e a convincere la Poli a cercare nuove soluzioni per masseria Ghermi. «Ho detto sì ad una condizione - furono le parole della lady di ferro, per addolcire la sconfitta - di trovare soluzioni diverse che ci consentano di non perdere i finanziamenti».

Non fu così: per costruire alcune delle abitazioni fisse del campo sosta Panareo, in effetti, si trovarono fonti di finanziamento diverse da quelle del Pon sicurezza. Ma che fine fece il milione di euro stanziato per ristrutturare l'immobile confiscato al clan Vincenti? «Ci è stato revocato» risponde Maurizio Guido, dirigente comunale al patrimonio, il settore che dopo molti palleggiamenti si è visto scaricare la patata bollente di masseria Ghermi. «D’altronde era inevitabile: i tecnici del Ministero hanno verificato che il progetto di campo Rom, per cui era stato erogato il finanziamento, non era mai stato attuato e quindi si sono ripresi i fondi».

Così, tra scontri politici e sentenze giudiziarie, progetti messi a punto con anni di ritardo e poi cancellati da vertici in prefettura, i tre grandi spiazzali di cemento strappati al boss Vincenti trovano una nuova destinazione il 25 maggio del 2009, con una delibera della giunta di Paolo Perrone: un centro alloggio per senzatetto, con un finanziamento richiesto di due milioni e centomila euro. Accordato nei giorni scorsi, come tutti i mezzi di informazione locale hanno comunicato (qui l'articolo di 20 centesimi).
Il gioco dell'oca del riutilizzo di Masseria Ghermi è ripartito dal via, stavolta con un finanziamento doppio: speriamo che esercitare la memoria (e magari la vergogna) aiuti a non perdere anche questo.

Photocredits: Brandi2010-TeleRama, La Repubblica, Comune di Surbo, Biancoenerored.wordpress, atsl.it

domenica 29 maggio 2011

Un laboratorio sociale tra le bambole della Scu

di Danilo Lupo
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno del 20 marzo 2011

Da tana della «tigre» a laboratorio dei mestieri: una metamorfosi difficile e lenta ma che potrebbe portare alla rinascita di uno dei più grandi beni strappato alla Sacra corona unita in provincia di Lecce. Un passo importante è stato compiuto negli ultimi giorni con la presentazione in Prefettura del progetto presentato dal Comune di Salve: l’obiettivo è ottenere dai fondi del Pon sicurezza i due milioni di euro con i quali il Comune potrà ristrutturare gli oltre 7mila metri cubi che il clan Scarlino riuscì a realizzare grazie all’usura.

La grande fabbrica tessile confiscata alla criminalità organizzata spunta tra gli oleandri della statale che da Ugento porta a Leuca, all’altezza della zona industriale di Salve. Attraverso i rami di un fico spoglio che si è impadronito della facciata si legge ancora la scritta tracciata vent’anni fa per specificare chi fosse il nuovo padrone dell’azienda: Scarlino Luciana, la figlia di Giuse ppe, il boss di Taurisano noto come «Pippi Calamita».

La sua società si chiamava «Tigre srl» e aveva preso il posto di quella dell’imprenditore di Presicce Ivano Paiano, la «Marta confezioni srl», che nei due capannoni di Salve fabbricava bambole di stoffa per conto terzi: un’attività esposta alle fluttuazioni del mercato e degli ordini.

La storia? Eccola. Quando Paiano si trova in difficoltà si rivolge alla sua banca: il funzionario, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, da un lato gli nega il prestito ma dall’altro lo mette in contatto con il clan Scarlino. Saranno i 29 milioni di lire prestati direttamente da «Pippi Calamita» a rovinare Paiano, che nell’arco di pochi anni dovrà firmare assegni per 60 milioni e infine cedere la sua attività alla figlia del boss e alla sua «Tigre srl».

Un’usura da capogiro, sancita definitivamente il 12 marzo 1997 dalla corte d’Appello di Lecce che comminò 33 anni di carcere a sei componenti della famiglia Scarlino, dal capobastone Giuseppe alla figlia Luciana. Avranno una storia più tortuosa i capannoni passati da Paiano al clan, confiscati definitivamente solo nel 2001 e assegnati al Comune di Salve sette anni dopo, il 24 luglio 2008. Nel frattempo l’abbandono manda in rovina un’attività economica nella quale lavorano non meno di cinquanta persone, tra operai e impiegati, e gli oltre mille metri quadri di copertura in amianto dei due capannoni si sfarinano lentamente, trasformando la fabbrica sulla statale 274 in una bomba ecologica.

Proprio da qui parte il progetto del Comune di Salve: la sostituzione del tetto in amianto della fabbrica con nuovi tetti in regola con la normativa ambientale è il primo passo (e uno dei più costosi) del progetto discusso il 14 febbraio dal sindaco Vincenzo Passaseo assieme a Beatrice Mariano, il capo di gabinetto del prefetto Mario Tafaro. L’idea è di fare del grande immobile un «centro laboratoriale polifunzionale dei mestieri»: in pratica i ragazzi a rischio (di età compresa tra i 14 e i 21 anni) segnalati dai servizi sociali comunali della zona e dal tribunale dei minori troveranno nell’ex fabbrica del capoclan di Taurisano un luogo dove apprendere abilità artigianali: dall’arte della ceramica a quella della cartapesta, dal verde alla grafica, fino all’edilizia tipica, effettuando per quest’ultima esercitazioni pratiche nella «pajara» diroccata che sorge all’interno dei circa 4mila metri quadri di parco che circonda l’immobile.

Il progetto prevede anche la cucina e la sala mensa, quattro camere che possono ospitare complessivamente dieci persone, un’area relax e biblioteca, un’area ricreativa con angolo bar, ma anche una grande sala conferenze, evidentemente pensata anche per essere a disposizione della comunità di Salve per iniziative e manifestazioni. Per finire con le spese necessarie per gli impianti idrico, fognante, elettrico, di riscaldamento, elettrico e antincendio, ormai inservibili dopo vent’anni di abbandono. Totale del finanziamento richiesto: due milioni di euro, la cifra ritenuta necessaria per trasformare il frutto dell’usura in una struttura di recupero al servizio di un’intera comunità.

photocredits: TeleRama

Aggiornamento: accordato il finanziamento di due milioni di euro dal Ministero dell'Interno al Comune di Salve. La rinascita della fabbrica delle bambole può diventare realtà.



martedì 24 maggio 2011

"Io, figlia del Boss: e allora?"

Non è piaciuta a tutti, la storia dell'appalto che puzza di spazzatura e di mafia che pochi raccontano. Non al presidente Pdl dell'Ato, il primo a farsi sentire. Forse neanche alla coop rossa e al socio della Marcegaglia, che si giocano una partita delicata quaggiù nel tacco d'Italia. Soprattutto non è piaciuta alla figlia del boss, che ci ha tenuto a farlo sapere, con una autodifesa accorata e argomentata. E si capisce perché: la storia dell'appalto dei rifiuti nell'entroterra di Otranto non era raccontata in modo tenero. E neanche neutro. Era approfondita, nella volontà di capire quali e quanti sono gli interessi dentro la nostra pattumiera quotidiana, gli affari che si muovono in superficie, a pelo d'acqua ma anche al di là dello specchio.

A Silvano Macculi, presidente Pdl dell'Ato Lecce 2, quella storia non è piaciuta. E ha voluto far sapere subito due cose.

La prima: che il Pdl non c'entra nulla perché non governa l'Ambito territoriale ottimale che decide le sorti (e gli appalti) della spazzatura nel centro della provincia; certo, lui ne è presidente, ma è maggioranza il centrosinistra. A dire il vero nell'organo di governo dell'Ato le proporzioni tra i sindaci sono più complicate: 8 centrosinistra, 8 centrodestra più la centrista Ada Fiore. Un equilibrio così delicato, che alla fine a decidere è il presidente, cioè lo stesso Macculi grazie anche allo statuto che ne blinda la postazione e le funzioni. Ed è giusto che sia così: esporre un organismo composto da più di 40 campanili a continui ribaltoni politici sarebbe stato letale. E però è un fatto che il presidente dell'Ato Lecce 2 sia l'asso di briscola nella gestione dei rifiuti da queste parti. Ed è un fatto anche che sia un astro ascendente del Pdl salentino.

La seconda: che lui ha tenuto gli occhi ben aperti su quell'appalto, tanto da aver chiesto subito (com'è previsto dalla legge) la certificazione antimafia sulle ditte vincitrici, ovvero Lombardi Ecologia e Cns. E che fin da subito ha iniziato a contestare le pecche della Menhir (la società figlia di Lombardi Ecologia e Cns) nella raccolta dei rifiuti. E ha tenuto gli occhi aperti anche riservatamente, senza troppi strepiti ufficiali. Questo dice Macculi e non c'è motivo di non credergli. Va però detto anche che chi ha guardato storto fin dal primo momento la società figlia che aveva preso il posto delle due società madri erano i burocrati degli uffici. E che la certificazione antimafia è stata richiesta quando l'appalto da 60 milioni è stato assegnato: ma i problemi sono nati subito dopo, con l'assunzione di Gianluigi Rosafio e Tiziana Scarlino, le due figure intorno alle quali ruota l'interdittiva antimafia della prefettura. Se virus criminale c'è, è arrivato dopo le analisi del sangue.

Non è noto se la storia sia piaciuta al Cns, il colosso della cooperazione rossa con sede bolognese, e alla Lombardi Ecologia, la ditta barese partner negli affari del gruppo Marcegaglia in terra pugliese. Non è noto ma una cosa è certa: tra le visite internet registrate da questo blog nel periodo di pubblicazione di quel pezzo, 88 sono venute da Bari e 12 da Bologna. Chissà che di qualche visita non va ringraziata qualcuna delle ditte in ballo?

Di sicuro chi ha visitato questo blog e letto quella storia, è stato uno dei protagonisti della storia stessa: Tiziana Luce Scarlino, moglie di Gianluigi Rosafio e figlia di Giuseppe Scarlino, il boss della Scu di Taurisano. Perché ripeterle, queste parentele? Perchè il cuore dell'interdittiva antimafia è tutto lì: una sentenza d'appello del febbraio scorso ha stabilito che Rosafio ha inquinato terra e acqua sversando rifiuti dopo aver fatto piazza pulita dei concorrenti con modalità mafiose. Facendo pesare quella parentela: era il genero di Pippi Calamita, sposato con la figlia del boss.
Egregio sig. Lupo, LA FIGLIA DI UN BOSS non puo lavorare??????????Siamo in un paese con repubblica democratica nella quale le figlie dei Boss hanno diritto a lavorare, sopratutto quando lo fanno onestamente e con il prorio sudore. Come per altro accade per i giornalisti e i dirigenti sindacali...diritto di lavorare per tutti.
Oltretutto vorrei capire se essere la figlia di una persona definita BOSS che sconta la sua pena è una colpa o un reato???
Così ha commentato l'articolo che la riguardava Luciana Scarlino: un'autodifesa accorata e argomentata, dicevamo. E che non ha risparmiato quei sindacalisti che avevano raccontato di un certo imbarazzo al momento di sedersi al tavolo di trattativa con genero e figlia di Pippi Calamita.

Poi vorrei precisare a tutti voi sindacati se avevate imbarazzo a sedersi accanto alla mia persona, se avvertivate lo stesso disagio quando interloquivate con me in quanto dipendente per chiedere l'assunzione dei propri dirigenti sindacali o favoritismi ai propri iscritti....semmai se di disagio può parlare questi sindacati...potevano avere il disagio nei miei confronti solo per il confronto intellettuale..Questo sindacato se tale si può definire, dovrebbe tutelare i propri lavoratori iscritti anzichè fare terrorismo a spese delle persone che lavorano.
Infine una precisazione e una richiesta, rivolta a chi ha raccontato quella storia:

Fa comodo menzionare atti processuali ancora in corso che non mi vedono condannata definitivamente e comunque non per reati di mafia. Vorrei dargli la mia iscrizione sindacale...o è troppo razzista per accettarla???sig.Lupo mi auguro che queste parole la facciano riflettere,Per continuare a credere di vivere in uno stato di diritto mi auguro che si faccia piena luce su quanto mi avete ingiustamente attribuito.
Riflettere è sempre giusto: nessuno ha da spiegare verità piegate in tasca, in un blog, da una tv o su un giornale. Ma per arrivare a verità provvisorie e relative non si può che approfondire le decisioni dei giudici, cioè gli uomini ai quali lo stato (ovvero noi) ha delegato il compito di ascoltare accuse e analizzare difese, interrogare testimoni e esaminare prove. Per poi prendere decisioni, che non sono perfette ma sono le uniche legittime.
Gentile signora Scarlino, una premessa: razzista è esattamente l'ultima cosa che mi sento di essere. se non altro perchè sono figlio e nipote di emigranti e quindi so quanto il sospetto e il pregiudizio possano pesare, anche ingiustamente. ma qui non si tratta di pregiudizi, bensì di giudizi: come lei sa meglio di me, il primo grado del processo l'ha vista condannata per i reati contestati, mentre nel secondo grado è intervenuta la prescrizione: il che non equivale ad assoluzione ma comunque fa di lei - questo è bene sottolinearlo - una persona incensurata. la legge è legge, mi sono permesso di dire a chi polemizzava con quella prescrizione. ma la legge è legge anche quando riguarda le interdittive antimafia che, com'è noto, sono un atto cautelare: cioè non servono a punire dei reati ma a prevenirli. sono d'accordo: non è una colpa o un reato essere la figlia di un boss, ma i reati se mai sono stati commessi (stando a quanto stabilito nei primi due gradi di giudizio) smaltendo rifiuti in maniera illecita: è un precedente che merita attenzione oppure no? ancora una volta ribadisco: l'aggravante mafiosa riguarda solo e soltanto suo marito e solo e soltanto nel secondo grado di giudizio, mentre nel primo grado altri giudici non l'hanno ritenuta fondata. ad oggi, però, la realtà è quella di una condanna d'appello con l'articolo 7 delle aggravanti mafiose del reato commesso.
Fin qui la ricostruzione giudiziaria. Ma una cosa, nell'autodifesa di Tiziana Scarlino, è assolutamente vera: c'è ancora un grado di giudizio, la cassazione, che potrebbe ribaltare un'altra volta il punto dell'aggravante mafiosa. Una corte, l'ultima, potrebbe rovesciare defitivamente la lettura di quello che successe in quel lontano 2002 e quindi quello che sta succedendo oggi tra i rifiuti di Otranto e le prefetture di mezza Italia. D'altronde l'appello ha già sconfessato il primo grado e pare che in cassazione Gianluigi Rosafio si stia attrezzando con i migliori penalisti sulla piazza nazionale. E se quel verdetto cambiasse tutto? O se anche non cambiasse nulla, non è comunque giusto ascoltare chi si professa innocente? Ecco il perché della proposta finale

le propongo un'intervista in cui lei possa dire tutto quello che, a suo parere, discolpa e giustifica lei e suo marito e possa rispondere a tutte le domande e i dubbi che legittimamente le porrò: accetta?

Una proposta che ha ricevuto risposta, qualche ora dopo.

ci ho pensato tutta la notte ...alla fine forse la dovrò anche ringraziare, accetto l'intervista se lei è ancora disponibile...
Sono ancora disponibile: i contatti sono stati avviati e molto presto ascolterete e leggerete tutta intera l'autodifesa della figlia del boss.


Articoli correlati:

Odor di ecomafia: tremano coop rosse, Confindustria e Pdl

giovedì 19 maggio 2011

Odor di ecomafia: tremano coop rosse, Confindustria e Pdl

C’è una storia, nel tacco d’Italia, che puzza di mafia e spazzatura. La storia di un appalto che pochi raccontano perché non piace a nessuno. Non piace alla sinistra perché uno dei vincitori dell’appalto è un colosso della cooperazione rossa, cara a Pierluigi Bersani. Non piace alla destra perché l’appalto è stato assegnato dall’ente guidato da uno dei più promettenti pupilli di Raffaele Fitto. Non piace alla Confindustria perché l’altro vincitore dell’appalto è uno dei soci pugliesi di Emma Marcegaglia. E non piace al sindacato perché al tavolo delle trattative si sono seduti senza troppo imbarazzo anche dirigenti delle organizzazioni dei lavoratori.

L’appalto è quello per la gestione dei rifiuti nei 21 comuni dell’entroterra di Otranto, qualcosa come 60 milioni di euro in 9 anni. Mica spiccioli. Spazzatura maleodorante che si traduce in banconote fruscianti: peccato che ci siano anche gli uomini della sacra corona unita tra i re Mida che trasformano la monnezza in oro, secondo le informative dei carabinieri e le interdittive della prefettura. La quarta mafia che in riva all’Adriatico sarebbe riuscita a fare il salto e a passare dalle estorsioni e dal traffico di droga al business milionario dei rifiuti.

La storia è questa: nel 2009 l’Ato Lecce 2, presieduta da Silvano Macculi, astro ascendente del Pdl salentino, bandisce una gara d’appalto per la gestione e la raccolta dei rifiuti nell’Aro 6, una delle fette in cui è suddivisa la torta della spazzatura in provincia di Lecce. A vincere la gara è l’associazione temporanea di imprese tra la Lombardi Ecologia e il Cns. Chi sono?

Lombardi Ecologia è una storica impresa ambientale con sede a Conversano: Rocco Lombardi, il suo titolare, è cavaliere del lavoro e, da quando i Marcegaglia sono diventati i padroni di tutte le discariche e gli impianti pugliesi, è socio in diverse attività del gruppo della presidente di Confindustria. Tanto che, forse per un caso o forse grazie a questa consolidata amicizia, i principali affari della Lombardi fuori Puglia sono in provincia di Mantova, patria dei Marcegaglia.


Cns, invece, sta per Consorzio nazionale servizi. Un gigante che raggruppa 230 imprese e nel 2009 ha fatturato poco meno di 600 milioni di euro (quasi 50 in Puglia) e ha sede a Bologna, in via della Cooperazione. Non a caso: il Cns aderisce alla Lega delle cooperative, l’organizzazione delle coop rosse che non solo in Emilia è l’architrave economico del mondo che ieri si riconosceva nel Pci e oggi nel Pd.


Due imprese diversissime che si ritrovano insieme nella gara per gestire la spazzatura dell’Aro 6: con queste credenziali, ovviamente, vincono a mani basse. L’ati Lombardi-Cns, però, decide di non mettere le mani direttamente nella monnezza di Otranto: creano una società figlia, chiamata Menhir. Con una spartizione meticolosa della torta: 55% a Lombardi (che quindi comanda), 45% a Cns (che quindi guadagna). Potevano farlo? Qualche dubbio c’è, tanto più che il Cns delega la sua quota prima a una consorziata bolognese, che però rifiuta, e poi all’unica cooperativa locale, la Supernova. Ma non è questo il punto.

Il punto finito sotto la lente di carabinieri e prefettura è che la Menhir, come il capitolato le impone, assume gli spazzini che già erano al lavoro nei 21 comuni prima del nuovo appalto. E poi fa delle assunzioni ex novo: e tra i nuovi assunti, arrivano nella Menhir anche Tiziana Luce Scarlino e Gianluigi Rosafio.

Tiziana Scarlino ha un cognome pesante, da queste parti: è la figlia di Giuseppe Scarlino, il boss della sacra corona unita di Taurisano affiliato al clan Tornese di Monteroni e che tutti conoscono come Pippi Calamita. Il boss del capo di Leuca è in carcere da quasi vent’anni: «fine pena mai», la sua condanna. Così non ha potuto neanche accompagnare all’altare sua figlia Tiziana, quando si è sposata con Gianluigi Rosafio. Uniti nella buona e nella cattiva sorte, anche giudiziaria: marito e moglie sono finiti sotto processo per traffico illecito di rifiuti per una serie di reati commessi tra il 2002 e il 2003. Anche grazie alla copertura di qualche carabiniere corrotto, pericolosi reflui industriali e putridi liquami di fogna venivano smaltiti contro legge. In impianti di depurazione inadeguati, in discariche che non potevano riceverli; in qualche caso addirittura scaricati in campagna o in pozzi che andavano ad avvelenare la falda acquifera.
Un’organizzazione perfetta che coinvolgeva 48 persone, secondo la ricostruzione del sostituto procuratore dell’antimafia di Lecce Elsa Valeria Mignone. Sulle sue accuse si sono espressi due tribunali: in primo grado 15 condanne e 33 prescrizioni, tra le quali anche due carabinieri. I giudici però bocciarono l’aggravante mafiosa chiesta per Rosafio.
Che è rispuntata, invece, in appello nel febbraio scorso: tutti prescritti i reati, anche per Tiziana Scarlino e Roberto Gugliandolo (l’unico carabiniere, ormai ex, condannato in primo grado per corruzione). Tutti, tranne quelli di Rosafio: ad aggravare il suo comportamento c’era la condotta mafiosa, cioè l’aver fatto pesare la sua parentela con Pippi Calamita, quel suocero in carcere il cui nome ancora spaventa, per convincere le aziende concorrenti a tirarsi fuori dal mercato degli smaltimenti, a lasciarne il monopolio a Rosafio.

È tempo di ritornare all’appalto che pochi raccontano, alla storia della spazzatura nell’entroterra di Otranto appaltata dall’Ato di centrodestra al colosso rosso e ai soci della Marcegaglia. Dal matrimonio di interesse nasce la Menhir, che assume Gianluigi Rosafio e Tiziana Scarlino. Non semplici dipendenti,ma veri e propri dirigenti inquadrati con alti livelli e con una busta paga bella pesante, da diverse migliaia di euro al mese. Addirittura gestori di fatto, assicurano i carabinieri. Anche perché alle riunioni dell’Ato marito e moglie si presentavano al fianco di Rocco Lombardi per trattare condizioni del servizio e pagamenti dei dipendenti. Qualche sindacalista più accorto (e che anche per questo preferisce l’anonimato) racconta dell’imbarazzo nel trovarsi gomito a gomito allo stesso tavolo con la figlia e il genero di Pippi Calamita: «ma la controparte non si sceglie», è la giustificazione.

Sta di fatto che la Menhir non naviga in buone acque: il servizio costa, eppure i sindaci dei 21 comuni non sono soddisfatti. Ancor meno lo sono i dipendenti, che periodicamente vanno in agitazione perché gli stipendi arrivano con il contagocce. E meno ancora lo sono i burocrati, ai quali il marchingegno della società figlia che prende il posto delle due società vincitrici non è mai piaciuto.

Così Lombardi e Cns ai primi di marzo sciolgono la Menhir e si riprendono le quote; un mese prima la Supernova, cioè la cooperativa salentina delegata dal Cns nella gestione dell’appalto, aveva tolto il disturbo restituendo la patata bollente alla casa madre bolognese. Troppo tardi: il prefetto di Lecce Mario Tafaro, su richiesta di alcuni enti nei quali Supernova aveva vinto degli appalti, interpella il comandante dei carabinieri Maurizio Ferla e il capo del reparto operativo, Salvo Gagliano, e emette un’interdittiva antimafia. Le analisi del sangue non convincono: i virus della Scu potrebbero aver infettato anche la coop salentina, troppo vicina per un periodo ai «portatori sani» Rosafio e Scarlino.

Per la Supernova è un disastro economico: interdittiva antimafia significa niente appalti con la pubblica amministrazione. E per una cooperativa di servizi, specialmente di pulizie, vedersi sbarrare le porte di ospedali e uffici equivale alla morte imprenditoriale. Vedremo che esito avranno i ricorsi penali, affidati a Stefano De Francesco, e amministrativi, curati da Gianluigi Pellegrino. Ma intanto il meccanismo si è messo in moto e la vicenda Supernova sembra essere la prima tessera di un domino dirompente.

Perché l’Ato, risvegliato all’improvviso dal torpore, si è messo in moto. E quando al protocollo è arrivata una nuova delega di Cns, che da Supernova passava le sue quote ad un’altra cooperativa (che si chiama Anci e ha sede anch’essa nel bolognese) ha preso le carte dell'appalto milionario e le ha inviate alle prefettura di mezza Italia. A quella di Bologna, nella cui provincia hanno sede sia Cns che Anci; a quella di Bari, competente per la Lombardi Ecologia; ma anche a quella di Lecce: una richiesta, quest'ultima, che gli stessi consulenti dell'Ato definiscono «un po' atipica», ma opportuna sia perché l'appalto si svolge in provincia di Lecce sia «per un aiuto più generale in una materia tanto delicata come quella delle infiltrazioni mafiose nel ciclo dei rifiuti».

Le risposte si attendono nelle prossime settimane. Ma se tanto ci dà tanto, Supernova, impresa delegata dal socio di minoranza, è stata ritenuta a rischio di infiltrazioni criminali. Che risposte ci si deve aspettare sul Cns, ovvero il socio di minoranza che l’ha delegata? E che risposte sul socio di maggioranza, ovvero quel cavalier Lombardi che si presentava alle trattative tra Gianluigi Rosafio e Tiziana Scarlino? Quali che siano queste risposte, arriveranno presto. E la storia dell’appalto che puzza di mafia e spazzatura che in pochi raccontano potrebbe terremotare il gigante rosso e i soci della Marcegaglia, pezzi da novanta dell’economia di Puglia e d’Italia.



Articoli correlati:

"Io, figlia del Boss: e allora?"
Vecchi reati e nuova EcoMafia, parla la figlia del Boss
Un laboratorio sociale tra le bambole della Scu