giovedì 19 maggio 2011

Odor di ecomafia: tremano coop rosse, Confindustria e Pdl

C’è una storia, nel tacco d’Italia, che puzza di mafia e spazzatura. La storia di un appalto che pochi raccontano perché non piace a nessuno. Non piace alla sinistra perché uno dei vincitori dell’appalto è un colosso della cooperazione rossa, cara a Pierluigi Bersani. Non piace alla destra perché l’appalto è stato assegnato dall’ente guidato da uno dei più promettenti pupilli di Raffaele Fitto. Non piace alla Confindustria perché l’altro vincitore dell’appalto è uno dei soci pugliesi di Emma Marcegaglia. E non piace al sindacato perché al tavolo delle trattative si sono seduti senza troppo imbarazzo anche dirigenti delle organizzazioni dei lavoratori.

L’appalto è quello per la gestione dei rifiuti nei 21 comuni dell’entroterra di Otranto, qualcosa come 60 milioni di euro in 9 anni. Mica spiccioli. Spazzatura maleodorante che si traduce in banconote fruscianti: peccato che ci siano anche gli uomini della sacra corona unita tra i re Mida che trasformano la monnezza in oro, secondo le informative dei carabinieri e le interdittive della prefettura. La quarta mafia che in riva all’Adriatico sarebbe riuscita a fare il salto e a passare dalle estorsioni e dal traffico di droga al business milionario dei rifiuti.

La storia è questa: nel 2009 l’Ato Lecce 2, presieduta da Silvano Macculi, astro ascendente del Pdl salentino, bandisce una gara d’appalto per la gestione e la raccolta dei rifiuti nell’Aro 6, una delle fette in cui è suddivisa la torta della spazzatura in provincia di Lecce. A vincere la gara è l’associazione temporanea di imprese tra la Lombardi Ecologia e il Cns. Chi sono?

Lombardi Ecologia è una storica impresa ambientale con sede a Conversano: Rocco Lombardi, il suo titolare, è cavaliere del lavoro e, da quando i Marcegaglia sono diventati i padroni di tutte le discariche e gli impianti pugliesi, è socio in diverse attività del gruppo della presidente di Confindustria. Tanto che, forse per un caso o forse grazie a questa consolidata amicizia, i principali affari della Lombardi fuori Puglia sono in provincia di Mantova, patria dei Marcegaglia.


Cns, invece, sta per Consorzio nazionale servizi. Un gigante che raggruppa 230 imprese e nel 2009 ha fatturato poco meno di 600 milioni di euro (quasi 50 in Puglia) e ha sede a Bologna, in via della Cooperazione. Non a caso: il Cns aderisce alla Lega delle cooperative, l’organizzazione delle coop rosse che non solo in Emilia è l’architrave economico del mondo che ieri si riconosceva nel Pci e oggi nel Pd.


Due imprese diversissime che si ritrovano insieme nella gara per gestire la spazzatura dell’Aro 6: con queste credenziali, ovviamente, vincono a mani basse. L’ati Lombardi-Cns, però, decide di non mettere le mani direttamente nella monnezza di Otranto: creano una società figlia, chiamata Menhir. Con una spartizione meticolosa della torta: 55% a Lombardi (che quindi comanda), 45% a Cns (che quindi guadagna). Potevano farlo? Qualche dubbio c’è, tanto più che il Cns delega la sua quota prima a una consorziata bolognese, che però rifiuta, e poi all’unica cooperativa locale, la Supernova. Ma non è questo il punto.

Il punto finito sotto la lente di carabinieri e prefettura è che la Menhir, come il capitolato le impone, assume gli spazzini che già erano al lavoro nei 21 comuni prima del nuovo appalto. E poi fa delle assunzioni ex novo: e tra i nuovi assunti, arrivano nella Menhir anche Tiziana Luce Scarlino e Gianluigi Rosafio.

Tiziana Scarlino ha un cognome pesante, da queste parti: è la figlia di Giuseppe Scarlino, il boss della sacra corona unita di Taurisano affiliato al clan Tornese di Monteroni e che tutti conoscono come Pippi Calamita. Il boss del capo di Leuca è in carcere da quasi vent’anni: «fine pena mai», la sua condanna. Così non ha potuto neanche accompagnare all’altare sua figlia Tiziana, quando si è sposata con Gianluigi Rosafio. Uniti nella buona e nella cattiva sorte, anche giudiziaria: marito e moglie sono finiti sotto processo per traffico illecito di rifiuti per una serie di reati commessi tra il 2002 e il 2003. Anche grazie alla copertura di qualche carabiniere corrotto, pericolosi reflui industriali e putridi liquami di fogna venivano smaltiti contro legge. In impianti di depurazione inadeguati, in discariche che non potevano riceverli; in qualche caso addirittura scaricati in campagna o in pozzi che andavano ad avvelenare la falda acquifera.
Un’organizzazione perfetta che coinvolgeva 48 persone, secondo la ricostruzione del sostituto procuratore dell’antimafia di Lecce Elsa Valeria Mignone. Sulle sue accuse si sono espressi due tribunali: in primo grado 15 condanne e 33 prescrizioni, tra le quali anche due carabinieri. I giudici però bocciarono l’aggravante mafiosa chiesta per Rosafio.
Che è rispuntata, invece, in appello nel febbraio scorso: tutti prescritti i reati, anche per Tiziana Scarlino e Roberto Gugliandolo (l’unico carabiniere, ormai ex, condannato in primo grado per corruzione). Tutti, tranne quelli di Rosafio: ad aggravare il suo comportamento c’era la condotta mafiosa, cioè l’aver fatto pesare la sua parentela con Pippi Calamita, quel suocero in carcere il cui nome ancora spaventa, per convincere le aziende concorrenti a tirarsi fuori dal mercato degli smaltimenti, a lasciarne il monopolio a Rosafio.

È tempo di ritornare all’appalto che pochi raccontano, alla storia della spazzatura nell’entroterra di Otranto appaltata dall’Ato di centrodestra al colosso rosso e ai soci della Marcegaglia. Dal matrimonio di interesse nasce la Menhir, che assume Gianluigi Rosafio e Tiziana Scarlino. Non semplici dipendenti,ma veri e propri dirigenti inquadrati con alti livelli e con una busta paga bella pesante, da diverse migliaia di euro al mese. Addirittura gestori di fatto, assicurano i carabinieri. Anche perché alle riunioni dell’Ato marito e moglie si presentavano al fianco di Rocco Lombardi per trattare condizioni del servizio e pagamenti dei dipendenti. Qualche sindacalista più accorto (e che anche per questo preferisce l’anonimato) racconta dell’imbarazzo nel trovarsi gomito a gomito allo stesso tavolo con la figlia e il genero di Pippi Calamita: «ma la controparte non si sceglie», è la giustificazione.

Sta di fatto che la Menhir non naviga in buone acque: il servizio costa, eppure i sindaci dei 21 comuni non sono soddisfatti. Ancor meno lo sono i dipendenti, che periodicamente vanno in agitazione perché gli stipendi arrivano con il contagocce. E meno ancora lo sono i burocrati, ai quali il marchingegno della società figlia che prende il posto delle due società vincitrici non è mai piaciuto.

Così Lombardi e Cns ai primi di marzo sciolgono la Menhir e si riprendono le quote; un mese prima la Supernova, cioè la cooperativa salentina delegata dal Cns nella gestione dell’appalto, aveva tolto il disturbo restituendo la patata bollente alla casa madre bolognese. Troppo tardi: il prefetto di Lecce Mario Tafaro, su richiesta di alcuni enti nei quali Supernova aveva vinto degli appalti, interpella il comandante dei carabinieri Maurizio Ferla e il capo del reparto operativo, Salvo Gagliano, e emette un’interdittiva antimafia. Le analisi del sangue non convincono: i virus della Scu potrebbero aver infettato anche la coop salentina, troppo vicina per un periodo ai «portatori sani» Rosafio e Scarlino.

Per la Supernova è un disastro economico: interdittiva antimafia significa niente appalti con la pubblica amministrazione. E per una cooperativa di servizi, specialmente di pulizie, vedersi sbarrare le porte di ospedali e uffici equivale alla morte imprenditoriale. Vedremo che esito avranno i ricorsi penali, affidati a Stefano De Francesco, e amministrativi, curati da Gianluigi Pellegrino. Ma intanto il meccanismo si è messo in moto e la vicenda Supernova sembra essere la prima tessera di un domino dirompente.

Perché l’Ato, risvegliato all’improvviso dal torpore, si è messo in moto. E quando al protocollo è arrivata una nuova delega di Cns, che da Supernova passava le sue quote ad un’altra cooperativa (che si chiama Anci e ha sede anch’essa nel bolognese) ha preso le carte dell'appalto milionario e le ha inviate alle prefettura di mezza Italia. A quella di Bologna, nella cui provincia hanno sede sia Cns che Anci; a quella di Bari, competente per la Lombardi Ecologia; ma anche a quella di Lecce: una richiesta, quest'ultima, che gli stessi consulenti dell'Ato definiscono «un po' atipica», ma opportuna sia perché l'appalto si svolge in provincia di Lecce sia «per un aiuto più generale in una materia tanto delicata come quella delle infiltrazioni mafiose nel ciclo dei rifiuti».

Le risposte si attendono nelle prossime settimane. Ma se tanto ci dà tanto, Supernova, impresa delegata dal socio di minoranza, è stata ritenuta a rischio di infiltrazioni criminali. Che risposte ci si deve aspettare sul Cns, ovvero il socio di minoranza che l’ha delegata? E che risposte sul socio di maggioranza, ovvero quel cavalier Lombardi che si presentava alle trattative tra Gianluigi Rosafio e Tiziana Scarlino? Quali che siano queste risposte, arriveranno presto. E la storia dell’appalto che puzza di mafia e spazzatura che in pochi raccontano potrebbe terremotare il gigante rosso e i soci della Marcegaglia, pezzi da novanta dell’economia di Puglia e d’Italia.



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