giovedì 19 maggio 2011

Odor di ecomafia: tremano coop rosse, Confindustria e Pdl

C’è una storia, nel tacco d’Italia, che puzza di mafia e spazzatura. La storia di un appalto che pochi raccontano perché non piace a nessuno. Non piace alla sinistra perché uno dei vincitori dell’appalto è un colosso della cooperazione rossa, cara a Pierluigi Bersani. Non piace alla destra perché l’appalto è stato assegnato dall’ente guidato da uno dei più promettenti pupilli di Raffaele Fitto. Non piace alla Confindustria perché l’altro vincitore dell’appalto è uno dei soci pugliesi di Emma Marcegaglia. E non piace al sindacato perché al tavolo delle trattative si sono seduti senza troppo imbarazzo anche dirigenti delle organizzazioni dei lavoratori.

L’appalto è quello per la gestione dei rifiuti nei 21 comuni dell’entroterra di Otranto, qualcosa come 60 milioni di euro in 9 anni. Mica spiccioli. Spazzatura maleodorante che si traduce in banconote fruscianti: peccato che ci siano anche gli uomini della sacra corona unita tra i re Mida che trasformano la monnezza in oro, secondo le informative dei carabinieri e le interdittive della prefettura. La quarta mafia che in riva all’Adriatico sarebbe riuscita a fare il salto e a passare dalle estorsioni e dal traffico di droga al business milionario dei rifiuti.

La storia è questa: nel 2009 l’Ato Lecce 2, presieduta da Silvano Macculi, astro ascendente del Pdl salentino, bandisce una gara d’appalto per la gestione e la raccolta dei rifiuti nell’Aro 6, una delle fette in cui è suddivisa la torta della spazzatura in provincia di Lecce. A vincere la gara è l’associazione temporanea di imprese tra la Lombardi Ecologia e il Cns. Chi sono?

Lombardi Ecologia è una storica impresa ambientale con sede a Conversano: Rocco Lombardi, il suo titolare, è cavaliere del lavoro e, da quando i Marcegaglia sono diventati i padroni di tutte le discariche e gli impianti pugliesi, è socio in diverse attività del gruppo della presidente di Confindustria. Tanto che, forse per un caso o forse grazie a questa consolidata amicizia, i principali affari della Lombardi fuori Puglia sono in provincia di Mantova, patria dei Marcegaglia.


Cns, invece, sta per Consorzio nazionale servizi. Un gigante che raggruppa 230 imprese e nel 2009 ha fatturato poco meno di 600 milioni di euro (quasi 50 in Puglia) e ha sede a Bologna, in via della Cooperazione. Non a caso: il Cns aderisce alla Lega delle cooperative, l’organizzazione delle coop rosse che non solo in Emilia è l’architrave economico del mondo che ieri si riconosceva nel Pci e oggi nel Pd.


Due imprese diversissime che si ritrovano insieme nella gara per gestire la spazzatura dell’Aro 6: con queste credenziali, ovviamente, vincono a mani basse. L’ati Lombardi-Cns, però, decide di non mettere le mani direttamente nella monnezza di Otranto: creano una società figlia, chiamata Menhir. Con una spartizione meticolosa della torta: 55% a Lombardi (che quindi comanda), 45% a Cns (che quindi guadagna). Potevano farlo? Qualche dubbio c’è, tanto più che il Cns delega la sua quota prima a una consorziata bolognese, che però rifiuta, e poi all’unica cooperativa locale, la Supernova. Ma non è questo il punto.

Il punto finito sotto la lente di carabinieri e prefettura è che la Menhir, come il capitolato le impone, assume gli spazzini che già erano al lavoro nei 21 comuni prima del nuovo appalto. E poi fa delle assunzioni ex novo: e tra i nuovi assunti, arrivano nella Menhir anche Tiziana Luce Scarlino e Gianluigi Rosafio.

Tiziana Scarlino ha un cognome pesante, da queste parti: è la figlia di Giuseppe Scarlino, il boss della sacra corona unita di Taurisano affiliato al clan Tornese di Monteroni e che tutti conoscono come Pippi Calamita. Il boss del capo di Leuca è in carcere da quasi vent’anni: «fine pena mai», la sua condanna. Così non ha potuto neanche accompagnare all’altare sua figlia Tiziana, quando si è sposata con Gianluigi Rosafio. Uniti nella buona e nella cattiva sorte, anche giudiziaria: marito e moglie sono finiti sotto processo per traffico illecito di rifiuti per una serie di reati commessi tra il 2002 e il 2003. Anche grazie alla copertura di qualche carabiniere corrotto, pericolosi reflui industriali e putridi liquami di fogna venivano smaltiti contro legge. In impianti di depurazione inadeguati, in discariche che non potevano riceverli; in qualche caso addirittura scaricati in campagna o in pozzi che andavano ad avvelenare la falda acquifera.
Un’organizzazione perfetta che coinvolgeva 48 persone, secondo la ricostruzione del sostituto procuratore dell’antimafia di Lecce Elsa Valeria Mignone. Sulle sue accuse si sono espressi due tribunali: in primo grado 15 condanne e 33 prescrizioni, tra le quali anche due carabinieri. I giudici però bocciarono l’aggravante mafiosa chiesta per Rosafio.
Che è rispuntata, invece, in appello nel febbraio scorso: tutti prescritti i reati, anche per Tiziana Scarlino e Roberto Gugliandolo (l’unico carabiniere, ormai ex, condannato in primo grado per corruzione). Tutti, tranne quelli di Rosafio: ad aggravare il suo comportamento c’era la condotta mafiosa, cioè l’aver fatto pesare la sua parentela con Pippi Calamita, quel suocero in carcere il cui nome ancora spaventa, per convincere le aziende concorrenti a tirarsi fuori dal mercato degli smaltimenti, a lasciarne il monopolio a Rosafio.

È tempo di ritornare all’appalto che pochi raccontano, alla storia della spazzatura nell’entroterra di Otranto appaltata dall’Ato di centrodestra al colosso rosso e ai soci della Marcegaglia. Dal matrimonio di interesse nasce la Menhir, che assume Gianluigi Rosafio e Tiziana Scarlino. Non semplici dipendenti,ma veri e propri dirigenti inquadrati con alti livelli e con una busta paga bella pesante, da diverse migliaia di euro al mese. Addirittura gestori di fatto, assicurano i carabinieri. Anche perché alle riunioni dell’Ato marito e moglie si presentavano al fianco di Rocco Lombardi per trattare condizioni del servizio e pagamenti dei dipendenti. Qualche sindacalista più accorto (e che anche per questo preferisce l’anonimato) racconta dell’imbarazzo nel trovarsi gomito a gomito allo stesso tavolo con la figlia e il genero di Pippi Calamita: «ma la controparte non si sceglie», è la giustificazione.

Sta di fatto che la Menhir non naviga in buone acque: il servizio costa, eppure i sindaci dei 21 comuni non sono soddisfatti. Ancor meno lo sono i dipendenti, che periodicamente vanno in agitazione perché gli stipendi arrivano con il contagocce. E meno ancora lo sono i burocrati, ai quali il marchingegno della società figlia che prende il posto delle due società vincitrici non è mai piaciuto.

Così Lombardi e Cns ai primi di marzo sciolgono la Menhir e si riprendono le quote; un mese prima la Supernova, cioè la cooperativa salentina delegata dal Cns nella gestione dell’appalto, aveva tolto il disturbo restituendo la patata bollente alla casa madre bolognese. Troppo tardi: il prefetto di Lecce Mario Tafaro, su richiesta di alcuni enti nei quali Supernova aveva vinto degli appalti, interpella il comandante dei carabinieri Maurizio Ferla e il capo del reparto operativo, Salvo Gagliano, e emette un’interdittiva antimafia. Le analisi del sangue non convincono: i virus della Scu potrebbero aver infettato anche la coop salentina, troppo vicina per un periodo ai «portatori sani» Rosafio e Scarlino.

Per la Supernova è un disastro economico: interdittiva antimafia significa niente appalti con la pubblica amministrazione. E per una cooperativa di servizi, specialmente di pulizie, vedersi sbarrare le porte di ospedali e uffici equivale alla morte imprenditoriale. Vedremo che esito avranno i ricorsi penali, affidati a Stefano De Francesco, e amministrativi, curati da Gianluigi Pellegrino. Ma intanto il meccanismo si è messo in moto e la vicenda Supernova sembra essere la prima tessera di un domino dirompente.

Perché l’Ato, risvegliato all’improvviso dal torpore, si è messo in moto. E quando al protocollo è arrivata una nuova delega di Cns, che da Supernova passava le sue quote ad un’altra cooperativa (che si chiama Anci e ha sede anch’essa nel bolognese) ha preso le carte dell'appalto milionario e le ha inviate alle prefettura di mezza Italia. A quella di Bologna, nella cui provincia hanno sede sia Cns che Anci; a quella di Bari, competente per la Lombardi Ecologia; ma anche a quella di Lecce: una richiesta, quest'ultima, che gli stessi consulenti dell'Ato definiscono «un po' atipica», ma opportuna sia perché l'appalto si svolge in provincia di Lecce sia «per un aiuto più generale in una materia tanto delicata come quella delle infiltrazioni mafiose nel ciclo dei rifiuti».

Le risposte si attendono nelle prossime settimane. Ma se tanto ci dà tanto, Supernova, impresa delegata dal socio di minoranza, è stata ritenuta a rischio di infiltrazioni criminali. Che risposte ci si deve aspettare sul Cns, ovvero il socio di minoranza che l’ha delegata? E che risposte sul socio di maggioranza, ovvero quel cavalier Lombardi che si presentava alle trattative tra Gianluigi Rosafio e Tiziana Scarlino? Quali che siano queste risposte, arriveranno presto. E la storia dell’appalto che puzza di mafia e spazzatura che in pochi raccontano potrebbe terremotare il gigante rosso e i soci della Marcegaglia, pezzi da novanta dell’economia di Puglia e d’Italia.



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lunedì 16 maggio 2011

Alle comunali un cavallo di "razza"


Le elezioni, si sa, sono tutte uguali. In queste ore vedremo, ascolteremo, leggeremo politici e sondaggisti, opinion leader e politologi spiegare come e perché le grandi coalizioni hanno perso o vinto le amministrative di primavera. Mentre scrivo, il risultato non è ancora delineato: ma se vincerà il centrosinistra, statene certi, Bersani dirà che un governo distratto rispetto alla crisi è ormai alla frutta; se vincerà il centrodestra, Berlusconi dirà che l’eversione giudiziaria non ha incrinato il suo rapporto con la gente. Se si affermerà il terzo polo, Casini dirà che l’Italia è stanca di tutti e due.

Non credetegli.

A decidere i nuovi sindaci non sono né il programma, né i personaggi o i fatti nazionali. Il voto di opinione frutta nelle urne amministrative solo in alcuni grandi centri, ma nel Salento sono andati al voto 36 municipi, che contano oltre 200mila abitanti: come dire una media di 6mila cittadini (e 4mila votanti) per comune . Come si vince o si perde a Patù o a Laterza, a Oria o a Lizzanello, a Cisternino o Avetrana? Un po' per il candidato sindaco: candidati loffi o big col ghiribizzo della fascia tricolore pesano nelle urne, ma neanche troppo (vedi Nardò o Trepuzzi). Un po’ di più conta l’ampiezza della coalizione, perché la grande ammucchiata premia sempre. Ma soprattutto a pesare sono le liste dei candidati consiglieri e come sono state compilate. E qui contano altri criteri pre-politici, una magia bianca di carattere tribale della quale sciamani sono personaggi oscuri ma indispensabili: i compilatori.

Ogni sezione di paese che si rispetti ne aveva uno: appena infarinato nella politica ma ben fritto nell’amministrazione, la sua dote principale è una conoscenza enciclopedica di parentele, comparanze, confraternite, amicizie e quant’altro fa “legame” in una comunità. Perché fa fico avere in lista l’avvocato prestigioso o l’avviato architetto ma non è detto che il cliente, oltre a pagargli la parcella voglia anche dargli il voto.

E allora meglio un candidato con la razza longa, cioè con un ben ramificato albero genealogico che gli permetta di pescare preferenze di zie zitelle, nipoti al primo voto, cugini da sistemare e nonne ben inserite in parrocchia. Diciamoci la verità: la politica è una bella cosa, ma la mamma è sempre la mamma. E infatti, dove non arriva la razza può soccorrere la strazza, ovvero la famiglia della madre: non è il cognome che fa il sangue.

Detto così, sembra facile: basterebbe l’albero genealogico alla mano e la lista è fatta. Ma il compilatore è più bravo di così: nel suo schedario mentale ha anche annotato scrupolosamente i pettegolezzi di paese e le inimicizie che, si sa, possono nascere anche nelle migliori famiglie. “Ma quiddhu sta scannatu cu li frati” è un argomento schiacciante per far cadere una candidatura al momento decisivo: la razza non basta averla, occorre batterla.

Servono poi quelle parentele acquisite coi sacramenti che ti permettono di entrare in case lontane e, tra un battesimo e una cresima, infilare un santino ben più profano nelle mani di sciuscetti e cumpari. O, al limite, essere ben inserito in una confraternita, dall’immancabile circolo degli amici all’onesta associazione degli emigranti fino – ovviamente – alla dirigenza della scuola calcio. Senza dimenticare che una lista non è degna di essere chiamata tale se non ha candidati di ogni quartiere e di ogni frazione o marina sperduta.

Ma nella guerra delle liste c’è posto anche per la magia nera, in agguato c’è lo spauracchio di ogni candidato: la razza spaccata, il più temibile sortilegio del compilatore di lista avversario. Ovvero, un candidato appartenente allo stesso nucleo familiare del concorrente temibile per radicamento sociale o estensione genealogica. “Ma ieu tinìa a razza spaccata”, statene certi, sarà una giustificazione ricorrente del candidato iperpompato alla vigilia ma dal risultato deludente al momento dello scrutinio.

Altro che Br e monnezza, Fiat e primarie: in provincia i primi cittadini vengono eletti così, grazie ai compilatori di lista che azzeccano più tredici nel complicato sistemone genealogico della comunità. Una dote innata e che assomiglia a quella dei rabdomanti, che permette di trovare l’acqua del consenso reale sotto la terra del doveroso affetto familiare. Perché attenzione: anche la razza longa, i buoni rapporti, i mille legami alla fin fine non sono garanzia di successo. Lo insegna la fulminante battuta di Beppe Grillo (la foto di Paride De Carlo lo ritrae nel suo comizio di Nardò), quando di politica satireggiava e ancora non la faceva: "Emilio Fede quando si è presentato alle elezioni per il Psdi ha preso 5 voti. In famiglia sono sei: sta ancora cercando il franco tiratore"



venerdì 13 maggio 2011

Teppisti cromatici/2: Il Sedile comandacolore

"e allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte 'e manifestazioni e ste fessarie, bisognerebbe ricordare alla gente cos'è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla. è importante la bellezza: da quella scende giù tutto il resto" (i 100 passi)



Personalissima rassegna della piccola bottega degli orrori stilistici salentini: colori incongrui, scelte infelici o semplici pugni nell'occhio che gonfiano di pinnacoli moreschi e sciabolate cromatiche il volto di una terra perfetta nella sua semplicità.



Secondo teppista: il Sedile di Lecce dopo il restyling.
Per attribuirsene la paternità hanno litigato Adriana Poli Bortone e Paolo Perrone, Massimo Alfarano e Francesca Mariano: forse avrebbero fatto meglio a litigare per attribuirne la paternità all'altra parte.

Passi il candore da restauro appena terminato che lo fa sembrare di polistirolo. Passi anche (ma che fatica...) l'illuminazione drammatica da film neo-gotico e/o semi-horror. Ma quella vaga luminescenza color lampone, che ricorda tanto le mercedes con alettone posteriore e lucette led ai bordi della carena con le quali d'estate vedi scorazzare nei nostri paesi gli oriundi di ritorno dalla Svizzera, quella proprio no!



Il catalogo cromatico - va detto con obiettività - è più ricco di così: in base alle serate si può rimirare il Sedile con un'impegnativa tenuta blu cobalto o in una più sbarazzina mise verde acido.



Chi decida la variante luminosa della serata è un mistero custodito più gelosamente del sacro Graal: sarà l'assessore che comanda colore? Difficile: l'arcitifoso Alfarano avrebbe optato per un giallorosso fisso.
Oh cazzo, speriamo che ora non gli baleni l'idea...


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Teppisti cromatici da segnalare? danilo976@libero.it o "Danilo Lupo" su fb

Finocchi patentati


Per condividere questo post non occorre essere gay. Però un po' aiuta: non per quella peculiare sensibilità che gli omosessuali troppo spesso si auto-attribuiscono (e con la quale troppo spesso si auto-ghettizzano), ma per quella sensazione, acquattata in un angolo del cervello, di avere qualcosa da temere da una nazione ancora troppo ostile.

Quella sensazione, Cristian, probabilmente non ce l'aveva; oppure ha voluto dare fiducia all'Italia, considerarlo un paese civile; o semplicemente non aveva voglia di fare il militare. Così, mentre i suoi coetanei si facevano certificare improbabili soffi al cuore o chiedevano all'amico se usciva ancora con quella ragazza col papà colonnello che poteva far chiudere un occhio, lui si è presentato alla visita di leva e l'ha messa giù semplice semplice: "sono gay: siete voi a non volere me". Visita psicologica nell'ospedale militare, qualche battuta greve sottovoce e qualche sopracciglio alzato per disgusto o commiserazione. Ma Cristian viene esonerato: il risultato è acquisito, la storia è chiusa. O forse no: a raccontare che tanto chiusa non era, almeno per lo Stato italiano, è stata Repubblica nei giorni scorsi.
"Gravi patologie che potrebbero risultare di pregiudizio per la sicurezza della guida". Con queste motivazioni Cristian Friscina, un ragazzo omosessuale di Brindisi, titolare di una patente di guida emessa dalla motorizzazione civile della sua città nel 1999, si è visto negare il rinnovo della patente. La vicenda è stata denunciata dai Radicali, che hanno depositato oggi una interrogazione urgente ai ministri dei Trasporti e della Difesa."
Conosco poco Cristian: un ragazzo normale, poco più che trentenne, che preferisce le dance hall alle discoteche e una tre quarti di birra ad un calice di prosecco. Tutt'altra cosa rispetto allo stereotipo gay.

Non conosco lo zelante funzionario che gli ha ritirato la patente di guida per consegnargli quella di finocchio: non so se l'ha fatto mentre un piccolo brivido sadico gli percorreva la schiena oppure con l'indifferenza burocratica di chi sbriga una qualunque pratica.

E non conosco la madre di Cristian: non so se quando è arrivata a casa la notifica dell'inabilità a guidare del figlio omosessuale ha detto "figlio mio, che ingiustizia!" oppure "figlio mio, che vergogna!".

Martedì, per la prima volta nelle officine Cantelmo di Lecce ci sarà un'iniziativa dell'Agedo, l'associazione dei genitori degli omosessuali; e per la prima volta in una città che si racconta aperta e tollerante ma nella quale non esiste da anni un circolo arcigay le "velate" non sono l'eccezione ma la regola, si parlerà di orgoglio e pregiudizio, difficoltà outing e soprattutto di vergogna. La vergogna dei gay a dichiararsi, delle loro famiglie nell'accettarlo.

Anche se forse dovrebbe vergognarsi un po' di più chi ci vorrebbe riportare al medioevo, quando quella "patente" di omosessualità significava il rogo, il fuoco che veniva da fascine alle quali venivano aggiunte spezie per coprire l'odore acre della carne che brucia: semi di cumino per le streghe, semi di finocchio per gli invertiti.

Infine non so cosa pensi il responsabile ultimo del meccanismo che ha tolto la patente a Cristian, il ministro dei trasporti Altero Matteoli. So che proviene da un partito, il Movimento Sociale Italiano, che non ha mai avuto grandi simpatie per i ricchioni. Ma anche che viene da una terra, la Toscana, che è terra di accoglienza e civiltà e che sul turismo gay-friendly ha costruito un'industria i cui numeri non conoscono crisi. Per questo, nel dubbio, ho mandato una mail al suo indirizzo ministeriale (segreteria.matteoli@mit.gov.it): "Gentile ministro, in attesa che venga restituita la patente a Cristian Friscina, la prego di ritirare anche la mia".

Mandategliela anche voi: per scrivergliela non occorre essere gay, basta avere ancora la capacità di indignarsi.

mercoledì 11 maggio 2011

Teppisti cromatici/1: Il minestrone di Nardò


"e allora invece della lotta politica, la coscienza di classe, tutte 'e manifestazioni e ste fessarie, bisognerebbe ricordare alla gente cos'è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla. è importante la bellezza: da quella scende giù tutto il resto" (i 100 passi)



Personalissima rassegna della piccola bottega degli orrori stilistici salentini: colori incongrui, scelte infelici o semplici pugni nell'occhio che gonfiano di pinnacoli moreschi e sciabolate cromatiche il volto di una terra perfetta nella sua semplicità.

Primo teppista: l'edificio in via Anna Magnani a Nardò, favoloso minestrone di colonne razionaliste, guglie neogotiche, mattonelle multicolor, ringhiere metalliche e bugnati post-moderni, tanto da far apparire sobrio perfino il supermercato verde pisello che gli cresce accanto.


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lunedì 9 maggio 2011

La coscienza a posto con i miei nonni

Il 12 e il 13 giugno si voterà per i referendum, anche e soprattutto per quelli sull'acqua pubblica. E che ci sia il (fondato) timore che manchi il quorum, la dice lunghissima sull'aridità politica del nostro paese: ci hanno insegnato che l'acqua è il principio della vita, l'idea che la maggioranza degli italiani ne trovi poco importante il destino, fa di noi dei perfetti candidati all'eutanasia.

Io voterò, e voterò sì. Ma capisco le ragioni di chi voterà no, oppure non voterà affatto puntando sul fallimento del referendum anti-privatizzazione.
E lo capisco ancora meglio, se penso a quanti soldi abbiamo speso per un'opera come quella del Sistema Irrigazione Salento e per la diga del Pappadai, che ne è il cuore. Ne hanno parlato in tanti e lo ha fatto anche l'Indiano di TeleRama oltre un anno fa, il 5 marzo 2010, raccontando (anche grazie alle strepitose immagini di Matteo Brandi) il più grande spreco pugliese e la più grande incompiuta salentina: un'opera enorme iniziata 35 anni fa, costata allo stato 500 miliardi di vecchie lire, nata per liberare i campi dalla siccità e mai entrata in funzione. Di mezzo ci sono una miriade di enti inutili o dannosi, nati per gestire l'acqua pubblica e divenuti una greppia di elettorati privati (basta scorrere l'elenco dei presidenti o dei commissari dei Consorzi di bonifica o dell'Ente irrigazione). Uno spreco che è colpa anche di un'idea "privatistica" dell'acqua annidata in un ente pubblico, cioè della pretesa della Basilicata di aprire o chiudere il rubinetto in base alle convenienze, cioè al prezzo che la Puglia è disposta a pagare.

Ma, alla base del grande buco dell'acqua, c'è soprattutto un metodo che ha soffocato nella culla la buona politica e la buona amministrazione al Sud: spendete e spandete, qualcosa resterà. Colpisce, nelle parole fuori onda dei guardiani della diga nel deserto, il raffronto fra ieri e oggi. Ieri: il mare di denaro, disperso in mille rivoli perché i fondi non andavano persi, a costo di progettare e costruire opere inutili. Oggi: gli stipendi che arrivano col contagocce e il cantiere dell'avanguardia idraulica diventato un rifugio per cani randagi. Solo un paradosso della storia? No: la siccità di oggi è la conseguenza dell'inondazione di ieri.
Ciò nonostante, il 12 o il 13 giugno voterò ai referendum sull'acqua pubblica. E voterò sì perché, nel territorio del più grande acquedotto d'Europa, privatizzazione non fa rima con liberalizzazione: significa solo sostituire un monopolio privato ad un monopolio pubblico. Un esempio di liberalizzazione è quello degli aerei: oggi voliamo a prezzi imparagonabili a quelli di dieci anni fa, e la concorrenza ha reso democratico il mercato. Un esempio di privatizzazione, invece, è quello delle autostrade: ci costano di più per un servizio uguale o peggiore, il monopolio privato è diventato un affare per pochi senza un vantaggio per molti.

E però, se il quorum passa e se il sì vince, la Regione e la parte politica che fanno dell'acqua pubblica una bandiera, devono ripensare anche ai modi con cui l'hanno gestita e devono dare buone ragioni (buone, non ideologiche) per preferire lo status quo al cambiamento.
Perché se votassi no (o non votassi affatto) non mi sentirei con la coscienza a posto davanti a mio nonno, contadino di Ruffano per il quale "l'acquedottu" e "lu consorziu" sono stati la liberazione dalla schiavitù del pozzo e della siccità. E però vorrei sentirmi con la coscienza a posto anche con l'altro mio nonno, capomastro di Casarano, che ha sempre pagato le tasse bestemmiando anche contro "l'acquedottu" e "lu consorziu", enti che negli anni hanno dato poco da bere e molto da mangiare.